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Nell’ era dei social network e dei “Mi piace” anche il nostro modo di comunicare come cacciatori può risentire di alcuni pericoli che spesso rischiamo di sottovalutare.
Lo scambio di informazioni, ma soprattutto di foto e video finiscono nelle grinfie della “Rete”. L’immagine della caccia e la cultura venatoria può essere danneggiata dai nostri comportamenti. Su questo delicato quanto attuale problema vogliamo pubblicare una riflessione di Francesco Rustici utile a sviluppare da parte della Confederazione cacciatori Toscani la massima sensibilizzazione verso i cacciatori, giovani e meno giovani, per preservare i valori e l’etica venatoria usando con oculatezza la tastiera dello smartphone.

“Dopo l'annuale lunghissima attesa che si fa vibrante nell'agosto inoltrato, settembre è finalmente arrivato. Carico, come sempre, di attese e speranze: l'eterna rinascita di una passione antica. Non è semplice descrivere agli altri quel cortocircuito emotivo che ci sorprende ogni anno in queste prime mattine, quando i nostri sensi si fanno a un tratto più acuti e il cuore si gonfia di un amore profondo, tra speranza e ricordo, mentre lentamente inizia un'altra giornata di caccia. Nel rivolgere a tutti noi un augurio sincero per questa nuova stagione, vorrei dedicare qualche riflessione a una questione moderna, in particolare al rapporto, non sempre semplice, tra caccia e fotografia. Non mi riferisco qui alla fotografia naturalistica, quella dei lunghi appostamenti e degli scatti preziosi, bensì a quella amatoriale realizzata con i nostri smartphone e dunque pubblicabile – e spesso ahimè pubblicata – sui social media. Che l'avvento della fotocamera integrata abbia prodotto un esubero di riproduzioni rispetto agli anni del glorioso (e costoso) rullino non è un segreto, ma è nello stretto rapporto tra lo scatto e la sua pubblicazione che la modernità ha perturbato lo statuto della fotografia. Immortalare, ovvero 'rendere immortale', si definiva con uno pseudo tecnicismo quella pratica che permetteva a un qualsiasi soggetto di rimanere per sempre intrappolato sulla carta. La fotografia propriamente detta, quella analogica, era cioè finalizzata alla conservazione.


Oggi, la possibilità di fotografare qualsiasi cosa in qualsiasi momento risponde invece a un'altra spinta sociale, quella della pubblicazione digitale. Quasi nessuno stampa le foto realizzate con il proprio smartphone e la loro funzione ultima non è più quella di depositarsi in un album di ricordi, ma quella di essere immessa nei meandri della rete, magari condivisa sui social media in cerca di "mi piace". Si è dunque passati dal fotografare per conservare un'immagine, e in ultimo un ricordo, al fotografare per condividere un momento, magari un istante della nostra quotidianità. Come è noto, questa spinta alla condivisione in tempo reale non risparmia neanche la caccia che anzi, in virtù del carico emotivo che generosamente ci regala, ci trasforma spesso in frenetici fotografi (questi si) della domenica, ansiosi di riuscire, con uno scatto rubato in un momento di tensione, a trasmettere agli altri quel complicato intreccio di emozioni. Raramente ci riusciamo e – per la verità – sono pochi (per fortuna) quei cacciatori che nel pieno di una guidata o sul più bello di una curata trovano il tempo e il cuore di pensare ad altro. In quel momento, con il cuore in gola e quasi senza respiro, con le mani ben salde sul fucile, ci si dimentica di tutto, anche del cellulare. Così spesso, per divulgare l'esito di una bella giornata di caccia, troviamo il tempo di immortalare solo i carnieri, dandone subito l'immancabile pubblicazione. Ma i cofani guarniti di turdidi, così come le ridanciane cavalcature di ungulati, se possono rappresentare per noi l'ultima tessera di un bel ricordo, si trasformano, una volta immessi sui social, in un'immagine della caccia deteriore e distorta. Una volta pubblicata infatti, la foto non rimane a esclusivo appannaggio del nostro gruppo di amici, ma inizia invece un eterno percorso, fuori dal nostro controllo, tra i flutti dell'internet. Capita così che il nostro trofeo digitale, per noi momentanea 
testimonianza di un'azione di caccia degna di memoria, acquisti tutto un altro significato, presentandosi ai non addetti ai lavori del tutto privo di qualsiasi portato virtuoso: semplicemente una foto di animali morti. Come buon proposito per questa nuova stagione di caccia potremmo così prenderci l'impegno, tutti insieme, di non pubblicare sui social le foto dei nostri carnieri. Sono convinto che, soprattutto in quest'epoca di attrito con la società civile, nella quale la figura del cacciatore ha bisogno di riaccreditarsi al grande pubblico passando dalla porta principale della sua importante funzione ambientale, faremmo del bene a questa nostra grande passione. Ogni cacciatore sa bene che non esiste foto in grado di trasmettere ad altri l'emozione vissuta anche durante una semplice uscita e pubblicare l'immagine di un ricco carniere risulta infine o inutile o dannoso. Inutile perché la caccia ci regala ricordi indelebili che non hanno bisogno di nessun altro supporto che la nostra memoria; dannosa perché strumentalmente impiegata per appiattire la complessità e la bellezza dell'attività venatoria sulla mera conquista della preda. Andiamo a caccia, godiamo il più possibile della nostra passione, di quello che ci regala, e continuiamo a condividere i nostri preziosi ricordi nell'unico modo possibile: con i nostri racconti carichi passione, di suspence, di gesti. L'amore viscerale per la caccia mi ha rapito fin da bambino, dal continuo ascolto del suo racconto, da quei pranzi in famiglia che come opere teatrali mettevano in scena storie antiche e avventure magiche, ricordi di caccia, di cani, di vita. Non sarebbe stato lo stesso guardare una foto.”

   

   
  Toscana   Sez. Firenze                                      

     

CEDAF


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