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Il tragico fatto di Apricale ha tristemente messo in luce ancora un volta, le debolezze della politica e contemporaneamente l’esasperata acredine animalista anticaccia che sta innervando il paese. Facendo leva su una circostanza tragica e ancora da chiarire nei particolari, si è innescata l’ennesima crociata contro la legittimità dell’attività venatoria fino al punto di rappresentarla come un vero problema di ordine pubblico. Prima ancora che i giornali e le televisioni bombardassero in modo distorto l’opinione pubblica sull’incidente mortale, da mesi si erano già messi a lavoro l’ ex Ministro Brambilla, il WWF con le solite litanie, le associazioni animaliste come Lac, Lav, ENPA e dulcis in fundo alcuni esponenti della politica fondatori e fondatrici dell’intergruppo parlamentare anticaccia. La tragedia di Apricale  non è stata altro che il detonatore per far esplodere un retroterra politico culturale creato da tempo, pronto a gettare fango ogni volta che la caccia e la nostra passione si rendono vulnerabili. Le dichiarazioni avventate del Ministro Costa sull’attività venatoria e la richiesta alle Regioni di vietarne lo svolgimento domenicale, rappresentano la diretta conseguenza di un azione politicamente coordinata, che partendo da un fatto specifico, intende aprire in Parlamento e nel Paese un nuovo fronte anticaccia, che nutre obiettivi precisi da perseguire. Non è un caso infatti, che anche a seguito dell’incidente mortale, l’incauto Ministro Costa, senza preoccuparsi di conoscere le reali dinamiche dell’accaduto, abbia immediatamente pensato di ammonire le Regioni sulla correttezza dei calendari venatori e addirittura posto il tema di un urgente superamento della Legge Nazionale 157/92 in termini fortemente restrittivi. Una potente azione mediatica che non ha fatto i conti con la realtà; infatti dopo poche ore e grazie al lavoro delle Forze dell’Ordine e della Procura di Imperia, sta emergendo un'altra lettura dell’accaduto; sono emersi elementi che stranamente non erano stati tenuti in considerazione da coloro che avevano tanta fretta di dare fiato alle trombe del clamore e dell’indignazione anticaccia. Le indagini hanno svelato che il giovane morto per una imperdonabile ed ingiustificabile imprudenza di un cacciatore, non si era recato al mattino presto nei boschi per godere di una rilassante passeggiata con i propri cani. Quel giovane era armato di un fucile da caccia con relative munizioni, era privo di porto d’armi e di licenza di caccia e nascosto nel fitto della vegetazione in un luogo molto impervio. Circostanze che sicuramente fanno pensare ad un atto di bracconaggio finito tragicamente e che non ha però alcuna attinenza con il più ampio tema del rapporto tra chi pratica legittimamente la caccia sul territorio e  chi frequenta l’ambiente naturale per ragioni ludiche o sportive. Bene pertanto ha fatto il Ministro Centinaio nel riportare sul giusto binario la polemica, affermando con forza, le proprie competenze e del proprio ministero in materia e ribadendo che ogni decisione deve essere presa nelle sedi istituzionali e non sui social network.  Posizione che ha trovato sponda anche nelle dichiarazioni dei Presidenti e Assessori di importanti Regioni come la Lombardia, Emilia Romagna e Toscana fermamente contrari a seguire le richieste perentoriamente avanzate dal Ministro dell’ Ambiente. Ciò ha contribuito a provocare un frettoloso, quanto maldestro tentativo di recupero del Ministro Costa che oggi si affretta a ricalibrare le proprie dichiarazioni, evidenziando le profonde differenze tra caccia e bracconaggio e  ribadendo come la legittimità della caccia vada di pari passo a quella di chi vuole godere della natura. La caccia è attività legittima e il “contratto di governo” non la mette in discussione. Da parte nostra non resta che prendere atto di come questa triste vicenda ha prodotto dei boomerang per chi sperava di strumentalizzarla per avviare la  nuova crociata contro il mondo venatorio. Vogliamo anche augurarci che di fronte alla realtà dei fatti, proposte insensate come la richiesta di vietare la caccia di domenica nelle varie Regioni, rimanga sepolta nelle pagine della cronaca.

Una cronaca che tra l’altro racconta senza demonizzare chi pratica determinate attività, di 70 morti questa estate  in montagna, circa 400 annegati nell’anno 2017 e 3.700 morti per incidenti stradali. Detto ciò, non ci sfugge come occorra affrontare con serietà alcuni aspetti, che con intelligenza e senso di responsabilità, anche il nostro mondo dovrebbe tener in considerazione per legittimare ancor più la nostra passione verso l’opinione pubblica. Su alcune tematiche come la sicurezza non si fa mai abbastanza. Nonostante che in Toscana da anni si siano imposte alcune regole, anche per lo svolgimento in piena sicurezza di forme di caccia a più alto rischio come quella al cinghiale in braccata, si può e si deve certamente fare di più. Occorre fare leva anche sugli ATC affinchè, soprattutto queste pratiche venatorie, vengano non solo segnalate in modo adeguato, ma anche coadiuvate da volontari che si rendono visibili nei principali accessi al bosco informando chi per varie ragioni o attività ne fruisce; riflettere sulle date di inizio della caccia in braccata favorendo periodi con minore presenza di vegetazione e di conseguenza maggiore visibilità, sono alcuni spunti su cui accorrerà lavorare ed impegnarsi. Ma anche i cittadini, cercatori di funghi, tartufai o semplici visitatori, potrebbero fare la loro parte dimostrandosi sensibili ai problemi. Basterebbe prendere esempio da ciò che accade in paesi lontani come Stati Uniti e Canada  dove in molti casi chi frequenta il bosco indossa per scelta culturale e non per imposizione di legge, indumenti ad alta visibilità. Potrebbe funzionare anche in Italia? Si potrebbero evitare magari ulteriori incidenti o possibili tragedie? Se si vivesse in un “paese normale” forse ne potremmo anche parlare.
Infine, questo incidente ci lascia un ulteriore monito; esso da esattamente la misura di una debolezza culturale in cui oggi versa la caccia italiana. Neanche il manifesto pregiudizio delle più alte responsabilità del Governo  spinge le Associazioni Venatorie Nazionali a rompere gli indugi e a costruire l’Unità. Questo episodio dovrebbe insegnarci e spronarci a costruire le fondamenta di un soggetto forte a livello nazionale, culturalmente autorevole, capace di fare corretta informazione, contrastando chi oggi sfrutta in maniera vile e scorretta la potenza mediatica che i social network ed i mass media sono in grado di esercitare, in poche ore, sull’opinione pubblica. Per fare ciò occorre mettere in campo intelligenze, risorse e competenze. Solo uniti potremo dare un futuro alla nostra passione!

   

   
  Toscana   Sez. Firenze                                      

        

CEDAF


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